Butteri pontini, seconda parte

Il mio maestro dice che non esiste un tempo buono ed uno cattivo per andare a cavallo. Non esiste troppo freddo, troppo vento, troppo sole, troppa stanchezza,  perché non esiste niente che può fermare una vera passione.
Ho sempre creduto che ognuno di noi nasca con uno speciale dono che andrebbe coltivato, nutrito e rispettato. Per qualcuno è difficile capire qual è il proprio talento, delle volte si ha difficoltà a riconoscerlo, ma nel caso del mio “insegnante buttero” penso non ci siano alcuni dubbi: lui parla la stessa lingua del cavallo.  Il suo talento è come un filo invisibile che unisce ogni membro della famiglia, dal più giovane al più anziano, risalendo per generazioni, ma più di ogni altra cosa, è un legame che unisce lui al cavallo, in particolar modo a quelli che lo hanno accompagnato nella vita, fin da bambino.
Il papà del mio insegnante, quando non facciamo lezione e non si è impegnati con il da farsi ( cosa che, ho imparato, in un maneggio non manca mai), ogni tanto ci parla di qualche sua avventura. Quella che preferisco racconta di una volta che rimase per giorni bloccato in montagna, sotto una terribile pioggia, insieme al suo cavallo. Pensava che la bestia dopo aver preso tutta quell’acqua non si sarebbe più ripresa, ma per fortuna si ripresero entrambi e quell’esperienza creò un rapporto speciale tra di loro. In quell’occasione rimase fuori per molti giorni e conclude il racconto dicendoci che per fare questa vita non si può avere mogli gelose che ti attendono a casa. Ogni volta che parla del suo cavallo, delle selle che ha fatto realizzare da un artigiano per i suoi nipoti e di tutte le storie, che ne avrebbe da scrivere un libro, gli occhi gli brillano.
Oggi sono pochissimi i butteri che lavorano nel settore a tempo pieno e la monta da lavoro maremmana ( il Maremmano è il cavallo del buttero per eccellenza), si è trasformata nel tempo in una monta per equitazione campestre, a scopo turistico, sportivo o dilettantistico, oltre che per spettacoli folkloristici. Tuttavia, tra i Monti Lepini e le campagne pontine è ancora possibile trovare cavalli, muli, bufali e vacche al pascolo, per non parlare di capre e pecore. Proprio qualche settimana fa si parlava tra amici della Transumanza sui Monti Lepini e, per diletto, siamo andati a farci una passeggiata in montagna nella zona di Bassiano. Siamo arrivati sulle sponde del laghetto a Monte La Trinità. Una breve e piacevole escursione durante la quale ci siamo divertiti ad osservare due cavalli che si rinfrescavano facendo il bagno nel laghetto (“il pantano”, spesso asciutto d’estate, è chiamato così dalle persone del posto), mentre, lungo la strada del ritorno, abbiamo incrociato due uomini e cinque muli che tornavano a valle con del legname.   La sera ci siamo fermati per rifocillarci nella vecchia casetta dei nonni di mio marito, sita nell’antico borgo di Roccagorga e, passando per la cantina, ci siamo accorti che, appeso su una delle pareti, c’era ancora il vecchio giogo da traino del suo bisnonno. Il tempo da queste parti sembra non esser passato poi così in fretta.
Mai come in questo periodo i taccuini e i fogli sparsi sulla mia scrivania sembrano loro stessi una mandria dispersa in attesa di sbrancamento. A tal proposito, cercando di mettere ordine tra gli appunti, ne approfitto per bloggare qualche pagina tratta dai miei diari e qualche foglio sparso.




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